
Queste pagine descriveranno i vari personaggi del Palio Marinaro. Chiunque fosse interessato a mandarmi dei dati da pubblicare, può inviarmeli a: RBadaloni@paliomarinaro.com In alcune descrizioni dei protagonisti del Palio (purtroppo scomparsi) troverete interviste e dialoghi in prima persona con i nostri "personaggi" perchè tratti da pubblicazioni di qualche anno fa, quando alcuni di essi erano sempre in vita. Quì sotto elencherò i primi "personaggi" del Palio inseriti nel sito, altri verranno pubblicati in seguito, nessuno verrà escluso o dimenticato è solo una questio- ne di tempo. Potete anche cliccare sui nomi per leggere la storia.
Enzo Andorlini è stato il Presidente del C.O.P.M. per un decennio e in questa sua "passione" ha profuso tutto sé stesso dal 1981 alla fine del 1991 quando gli è subentrato Franco Giannini, l'attuale Presidente dell'Ardenza. E Enzo Andorlini tifava proprio per l'Ardenza, ma nessuno in pratica, lo ha mai saputo vista l'imparzialità con cui si è sempre comportato. Il fatto di essere andato a abitare a La Rosa gli aveva però fatto amare quei colori rosso-verde. Nato a Piombino il 22 Dicembre 1926, andorlini arrivò a Livorno giovanissimo e, abitando nella zona del Ponti- no, fu in grado di apprezzare sin da ragazzino le imprese dei vari Agide Carnevali, Vero Catanzano, Giuseppe Bicchielli nonchè e fu spettato- re della rivalità creatasi fra Borgo e Venezia. Fin da giovane si schierò idealmente con questi ultimi visto la matrice anarchica e comunista che pervadeva le ciurme che correvano con i colori biancorossi contro il Borgo che era identificato, ingiustamente, come il gozzo del regi- me fascista. In realtà Costanzo Ciano aveva nel cuore l'azzurro del san Giovanni, il suo rione natale. Durante la guerra Enzo Andorlini, appe- na fu possibile entrò fra i partigiani (aveva 17 anni), nella Brigata Garibaldi, e prese parte a diversi conflitti a fuoco. Proprio quasi alla fine della guerra venne ferito dai tedeschi mentre combatteva sopra Massa.Poi il rientro alla normalità, il lavoro a quella che una volta era l'ATAM ed oggi è l'ATL, le nozze con Mafalda, l'adorata moglie che lo lasciò vedovo nel 1994, i tre figli Alba, Enrico e Cinzia e la passione per tutto ciò che concerneva i giovani, ma soprattutto lo sport. Una passione che continuò a coltivare anche con il sopraggiungere dei sei nipoti (Luca e Davide di Alba, Alessandra e Valeria di Enrico, Linda e Lisa di Cinzia) e poi dei 4 bisnipoti (Alessio, Manuele, Sabrina e Claudia). Il Palio gli pia- ceva da sempre, ma solo nel 1981 gli chiesero se era disposto a essere nominato Presidente e a lavorare per far crescere il movimento re- miero. Andorlini non ci pensò su e si gettò a capofitto nell'avventura. Franco Giannini, che gli succedette nell'incarico, lo ricorda come una persona gioviale e disponibile. Poi, dopo un decennio, la decisione di lasciare per dedicarsi alla moglie nonchè ai nipoti. Prima di morire Enzo Andorlini, che era rimasto di sinistra fino in fondo (parteggiava apertamente per Bertinotti) ha lasciato detto che voleva essere crema- to e che le sue ceneri fossero riunite a quelle della moglie. E così è stato.
Canzio Vivaldi Canzio Vivaldi, conosciuto nell'ambito remiero come "Pecchio" o anche, il Doge di Venezia, nacque nel 1922 nell'antico rione di Venezia e, più esattamente, nel palazzotto di Tura, oggi conosciuto come l'isolotto dove ha la sua sede la società biancorossa e dove anco ra abita un suo nipote. Il suo amore per il mare, e per la voga in particolare, si manifesta precocemente e non c'è da meravigliarsene visto che sia il padre Virgilio, detto Naro, che lo zio Primo, detto Pilade, appartenevano alla stirpe dei risicatori. Lo zio faceva parte dell'equipaggio che nel 1926, quando il piccolo Canzio aveva solo 4 anni, vinse con l'Avvalorati (insieme a lui vogavano, fra gli altri anche Angiolino Ferri, Fabio e Otello Baccicalupo e Alberto Cellai, tutti risicatori) il primo Palio della storia moderna. Spronato anche dall'esempio di Renato Barbie- ri, detto Attao, cugino per parte di padre, e di Mario Balleri, detto Ballero, zio da parte di madre, entrambi colonne dei celebri equipaggi degli Scarronzoni, inizia a gareggiare a soli sedici anni, con gli armi dell'Unione Canottieri Livornesi. Ai responsabili dell'U.C.L. quel ragazzo piace così. nel 1941, quando Oreste Grossi viene militarizzato, lo inseriscono nell'equipaggio degli Scarronzoni che deve disputare prima le gare internazionali di Berlino, Francoforte e Budapest e poi i campionati nazionali juniores a Verbania. Con lui in barca ci sono il timoniere Cesa- rino Milani, Ottorino Quaglierini, Dino Cecchi, i fratelli solvaini Marino e Pescino Pescia, Enzo Bartolini, Bruno Persico detto il Moro e Alberto Bonciani. I livornesi vincono tutto quel che c'è da vincere compreso il dodicesimo titolo italiano. Nel dopoguerra risale sull'otto degli Scar- ronzoni, ma l'avventura si chiude nel 1948, quando in vista delle Olimpiadi viene formato un armo con Ottorino Quaglierini capovoga, Dino Cecchi, C. Cosimi,Pescino Pesci, Mario Magherini, Cecchetti, Bruno Persico e Canzio Vivaldi. Il timoniere è sempre Cesarino Milani. L'equipaggio è però costretto, ai campionati d'Italia che si svolgono a Milano, a dare forfait a causa dell'indisposizione di due vogatori. Per Pecchio è il ritiro dalla scena internazionale, anche se continuerà a vogare nell'otto dei Canottieri Livornesi. Nel 1951 si dedica con entusias- mo alla ricostruzione della prestigiosa gara remiera: il Palio Marinaro che era cessato nel 1942 a causa della guerra. Riesce a riportare in vita la competizione grazie anche all'impegno di uomini come Dino Lorenzini, detto Cammello, Argante Fraddani, Bruno Tani detto Musata, il bar- biere Carbonel, Vinicio Chiocchi ed Ennio Fraddanni. Con la ripresa del Palio Marinaro Pecchio non può che scegliere, visto il suo amore per il quartiere dove è nato, di vogare nell'armo del Venezia. E per tre anni consecutivi, dal 1951 al 1953, porta alla vittoria i colori biancorossi conquistando la medaglia d'oro del trittico che la figlia Marina conserva gelosamente. Nessun altro equipaggio, nel dopoguerra, è infatti riuscito a emulare l'impresa biancorossa di tre vittorie consecutive. Nel 1955, a causa di alcune divergenze, decide di salire sul gozzo del Borgo Cappuccini. Glielo avevano chiesto insistentemente Arturo Mannucchi e Cesare Liperini. Ma è un esperimento che non dura più di una settimana perchè il suo cuore continua ad essere interamente veneziano. Così ritorna in forza alla sua cantinadove resta fino agli anni ' 60. In seguito si trasforma in uno stimato allenatore, prima dell'Unione Canottieri Livornesi e poi del Circolo ricreativo Portuali lasciando il passo ai figli Mauro detto Buricchio, che vincerà la Barontini nel 1969, e Marino attivo dal 1971 al 1978 come rematore del Salviano e poi del Venezia. Rimarrà comunque fondamentale, anche in questi anni, la sua consulenza tecnica all'ambiente biancorosso dove rientra negli anni 70con il ruolo ufficiale di allenatore. Il top per questo grande maestro di voga arriva nel 1976 quando la Federazione Italiana Canottaggio, sceglie come rappresentante per giudicare le condizioni del campo di regata di Montreal, in occasione delle Olimpiadi del 1976. Sempre per la Federazione si reca nell'allora Germnia dell'Est per studiare i sistemi di preparazione degli atleti tedeschi. Finisce la sua carriera di inna- morato del remo come organizzatore del campo di regata del Palio Marinaro, la gara remiera che più lo ha appassionato, con la collaborazio- ne di Barba, Nandino e altri ancora. E come era successo, prima della guerra, con il vecchio Agide Carnevali, bastava che Pecchio vedesse in allenamento gli equipaggi destinati a disputarsi il Palio. Il suo pronostico sul vincitore era infallibile. Di Pecchio, mancato il 24 Agosto del 2000 a 78 anni, resta il ricordo di un uomo straordinario diventato, non a caso, simbolo, del mondo remiero livornese di ieri e di oggi.